facebook rss rss
 
 

Immigrati, la seconda generazione

2G, seconda generazione. Il fenomeno degli immigrati nella nostra terra assume un aspetto nuovo: il processo di integrazione e cittadinanza dei figli degli stranieri, spesso addirittura nati qui in Italia.

Se n'è parlato in un convegno organizzato dal Comune di Conegliano, al quale è intervenuto Gianpiero Dalla Zuanna, preside della facoltà di Statistica all'Università di Padova, e a cui hanno partecipato diversi membri di PGC.


Diminuire le disuguaglianze

Se ipotizziamo di far sparire improvvisamente dallo Stivale tutti i migranti, avremo un deficit medio l'anno di lavoratori di 300 mila unità. L'arco temporale su cui il professor Gianpiero Dalla Zuanna, preside della Facoltà di Scienze statistiche dell'Università di Padova, ha effettuato la proiezione è il ventennio 2007-2027. La statistica, dunque, dimostra, meglio di qualunque argomentazione filosofica, morale o politica, che il «che i vae tuti casa» non è praticabile nella realtà. E che, se ciò accadesse, il nostro sistema produttivo collasserebbe. Questa è la prima delle conclusioni dell'indagine conoscitiva Itagen2 effettuata da Dalla Zuanna e altri ricercatori italiani nel 2006 su un campione di 10 mila ragazzi stranieri di seconda generazione, i nati in Italia o arrivati da bambini, e 10 mila coetanei italiani, portata avanti nelle scuole medie di 48 province (tra cui Treviso).

Anche le altre due conclusioni a cui arriva il ricercatore sono squisitamente politiche, nel senso che hanno l'ambizione di dare indicazioni a chi ha, e avrà, la responsabilità di governare ai vari livelli il fenomeno dell'immigrazione. «La prima cosa da fare - si legge - è diminuire le disuguaglianze, specialmente nella scuola, per dare a tutti i ragazzi pari opportunità, per non sprecare un'immensa risorsa e spingere verso l'alto la mobilità sociale e la costruzione del capitale umano». Questo «anche per evitare che parti significative delle seconde generazioni entrino nella spirale del rancore sociale, come successo in molti altri paesi occidentali, dove il loro tasso di criminalità è maggiore rispetto a quello dei genitori. In Svezia non è successo, grazie a politiche attive per l'istruzione di giovani figli di immigrati».

Terza e ultima conclusione (e indicazione ai politici): «La paura che le migrazioni 'snaturino' la società italiana è infondata. Fra i ragazzi prevalgono infatti processi di assimilazione. Semmai il rischio è l'opposto, di perdita di identità culturale dei migranti. Anche la paura che gli stranieri rallentino la modernizzazione della mentalità e dell'economia non è sostenuta dai dati. Semmai, il rischio è che siano gli italiani a trincerarsi nel pregiudizio».

Siamo partiti dal fondo, dando le conclusioni, dell'indagine pubblicata da il Mulino Contemporanea con il titolo «Nuovi italiani. I giovani immigrati cambieranno il nostro Paese?». Vediamo ora alcuni dei risultati più significativi.

I voti scolastici dei ragazzi immigrati o figli di immigrati dipendono dal reddito e dall'istruzione dei genitori esattamente come accade per gli italiani: più sono bassi, più sono bassi i risultati a scuola. Se gli italiani vanno meglio a scuola è perché, in media, hanno famiglie più ricche e più istruite. È il tema della disuguaglianza che la scuola dovrebbe colmare, ma non ci riesce, non ci è mai riuscita davvero.

L'altro tema è quello dell'identità: la ricerca mostra che i ragazzi stranieri si assimilano velocemente agli usi e costumi dei coetanei italiani. Una dimensione per tutte le altre, quella della religione: alla domanda se è importante la religione per riuscire nella vita, la percentuale di sì tra i nati di in Italia è uguale a quella degli italiani, con istruzione alta dei genitori: 30%. Sale tra chi è arrivato da poco in Italia, come tra gli italiani che provengono da famiglie con bassa istruzione.

Poi c'è la «giovane intolleranza appresa», come la definisce Dalla Zuanna: il 63% dei ragazzi che si esprime in modo positivo sugli stranieri appartiene a famiglie in cui mai i genitori si lamentano del comportamenti degli immigrati a fronte di solo il 10% tra quelli i cui genitori invece lo fanno. Come dire: anche l'intolleranza si apprende in famiglia.


Parlano i ragazzi

Susana è una giovane peruviana che si è sentita chiedere dalla figlia di 6 anni, nata qui: "Mamma, io sono peruviana o italiana?". Che domande fanno i bambini. Susana ha risposto: "Peruviana, perché per legge italiana tu italiana non sei". Per via di una delle leggi sulla cittadinanza più restrittive d'Europa, la figlia di Susana, nata in Italia da genitori non italiani, potrà chiedere la cittadinanza solo al compimento del diciottesimo anno di età.

Sono questi i problemi della 2G. Sentirsi italiani, esserlo di fatto, ma non per la legge, non per lo Stato.

Shaki, bengalese, è perfino ricercato nell'idioma: affascina la sua padronanza della lingua del Belpaese. Studia all'università Ca' Foscari di Venezia. Si sente italiano in tutto e per tutto, anche se non è ancora cittadino (tutti i suoi famigliari lo sono già), e ha un problema inverso: imparare lingua e cultura della terra d'origine.

Wang Yu è una giovanissima mediatrice culturale cinese. Racconta, in un italiano perfetto, di aver perso ormai quasi tutti gli amici cinesi. "Mi sento italiana, e mi chiedo se questo è un bene". È il tema dell'identità, il naturale spaesamento dei G2, in bilico tra due appartenenze.


«Trattiamoli non da diversi»

"Dobbiamo guardare agli adolescenti stranieri in quanto adolescenti e non in quanto stranieri".

Ne è convinto Marco Napoletano, operatore della cooperativa sociale Thauma. Un'esperienza vasta che ha portato ad assumere una linea precisa riguardo alla realtà dei giovani della seconda generazione, i figli degli immigrati.

"Noi crediamo che non ci debbano essere iniziative mirate ai soli giovani stranieri - spiega l'operatore di Thauma -, bensì che essi debbano essere inseriti nelle attività che vengono rivolte a tutti indistintamente. L'adolescente straniero è portatore degli stessi bisogni dell'adolescente italiano. Dal bisogno di appartenenza al gruppo dei pari al bisogno di avere definita la propria identità, a quello di essere ascoltato, considerato".

"È ovvio che le variabili ci sono - continua Marco -, e non vanno certo negate. I ragazzi della seconda generazione hanno un doppio problema: quello di doversi inserire in una società per la quale sono considerati dei diversi; e quello di sentirsi dei diversi in casa, in quanto adolescenti italiani, con un modo di pensare ed esigenze non comprensibili alla loro famiglia di origine".

Altrimenti il rischio, come accade, è "quello dell'autoghettizzazione. I ragazzi che si vedono tagliati fuori tendono a rimarcare la loro differenza, come a voler dire: «Allora ti faccio vedere io che sono proprio un reietto!». Così avremo i ragazzini che colonizzano il parchetto, che compiono atti di vandalismo, che si ubriacano o si drogano. Ma nella mia esperienza di operatore ho visto che basta poco, anche quando può sembrare impossibile, avvicinare questi ragazzi e coinvolgerli. Perché di fatto non aspettano altro che una mano tesa da parte del mondo adulto, di avere un'opportunità di esprimersi. Ho presenti casi di involuzione, persino nel linguaggio, di ragazzi stranieri che nel passaggio dalla scuola media alle superiori si sono sentiti esclusi".

"Tutti i problemi giovanili - conclude Marco - sono problemi degli adulti. Non solo i genitori, ma gli adulti tutti, siano essi amministratori, insegnanti o altro. Dobbiamo interrogarci su come ci poniamo rispetto ai giovani, se ci fermiamo a giudicare dall'esterno o se siamo disponibili a entrare in relazione con loro, a condividere la loro realtà e a permettere loro di esprimersi".


Testi di Francesca Nicastro e Franco Pozzebon
tratti dal settimanale diocesano L'Azione, edizione del 05/12/2010



 
PGC © 2011-2017 - Ultima modifica alla pagina: 10/12/2010info sui cookie  -  ...contattaci!