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pubblicato martedì 11 giugno 2013


L'umanità della fede


Sabato 27 e domenica 28 aprile siamo andati in uscita a Trento,
per conoscere un po' la complessa realtà di Villa Sant'Ignazio, dove lavora Adriano,
e per incontrare padre Silvano, che ci ha offerto la riflessione che riportiamo.

qualche foto da Trento

L'umanità della fede

Anno della fede! Mi suona strano indire un anno che ricordi la fede. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno per il credente è un tempo di fede.

Finito l'anno finita la fede?

Titoli per risvegliare, per riprendere, per rimetterci in cammino, per non dare niente di scontato.

Mi domando allora perché credere? La fede quanto incide nella mia vita, nelle mie scelte? Che tipo di fede è la mia? A cosa veramente credo?

La fede è relazione più che credere a delle verità, cosi recitano tanti documenti e tanti discorsi giusti che sentiamo. Ma io che relazione ho con te Gesù Cristo? MI fido di te? Quanto questa fiducia entra nella mia carne, nella mia umanità?

Sono partito da queste semplici e scontate domande per riflettere con voi, attraverso anche un testo del monaco Manicardi Luciano di Bose, sul tema dell'umanità della fede.

 

Una fede che umanizza, una fede da umanizzare!

Andiamo allora al nucleo della nostra fede: l'incarnazione.

Tutto ha inizio dalla scelta di Dio di farsi uomo.

Il Creatore si fa creatura: "Il verbo si fece carne è abitò tra noi".

Dio non mette solo dei panni di uomo (pensiamo a certi episodi della mitologia greca, vedi Zeus e Giunone nei confronti di Semele da cui nascerà Bacco). Egli si fa umano. La sua esperienza è dal di dentro.

Tanto è vero che noi cristiani possiamo dire che l'umano è il luogo di Dio.

Ma c'è una conseguenza a questo gesto di Dio verso l'umanità. L'abbiamo vissuto nella Pasqua: Cristo risorge perché ogni uomo possa risorgere in lui nella sua vita. Questo è il centro della nostra fede: "se Cristo non è risorto vana è la nostra fede" (1 Cor 15,17). In Cristo Dio è nato ed è risorto affinchè noi avessimo la sua vita. Scrive Atanasio di Alessandria: "Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio". Dice sant'Agostino: "Dio vuole fare di te un dio, non per natura come colui che ha generato, ma per suo dono e per adozione...".

Noi siamo chiamati alla sua vita: noi siamo divinizzati.

Ma potremmo anche dire che Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi uomo: quindi la fede come processo di umanizzazione dell'uomo.

È bello pensare che credere vuol dire diventare uomini (donne) veri. Un autore contemporaneo dice: "essere cristiano è diventare uomo in verità seguendo Cristo: è cristiano chi diventa uomo" (Denis Vasse).

Bonhoeffer scriveva: "Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo... ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo di uomo, ma un uomo".

L'opera di Dio la troviamo fin dalla Genesi: "facciamo l'uomo" (Gen 1,26). Ognuno di noi è implicato in quel "facciamo". L'uomo è chiamato a collaborare con Dio affinché cresca in lui quell'umanità che è il vero riflesso della luce divina nel mondo, è il luogo di Dio nel mondo, luogo che, come l'azione dello spirito Santo, va ben oltre le confessioni cristiane e gli spazi ecclesiali.

Dove troviamo la nostra umanità? Nell'umanità di Dio, che è l'umanità di Cristo.

 

Umanizzare grazie alla libertà

Al cuore della vita di Gesù sta la libertà, condizione per umanizzare la nostra vita.

Gesù vive la libertà nei confronti dei legami familiari, delle convenzioni sociali, sceglie una vita celibataria contraria alla mentalità dominante, da vita a una comunità itinerante e chiede ai discepoli la stessa libertà. Libertà nei confronti dei gruppi religiosi del tempo con i quali entra in netto contrasto quando in nome di dio si disumanizza l'uomo, facendo della religione uno strumento di potere (cfr Mt 23,2-4).

Gesù manifesta la sua libertà anche di fronte ai suoi discepoli. Quanta libertà sento in quel: "volete andarvene anche voi ?" (Gv 6,67). È severo con i suoi quando assumono tratti di disumanità nella ricerca di primi posti e di privilegi.

Ma perché la fede sia eloquente, credibile deve essere libera.

Il cammino di libertà comporta diverse esigenze:

1) Integrare le lezioni che ci vengono dalle esperienze vissute

2) Mettere a frutto la conoscenza che viene dagli sbagli, dagli errori, dai peccati

3) Avere il coraggio di affrontare i rischi e le incertezze

4) Compiere delle scelte, ma saper anche modificare e purificare le scelte fatte

5) Essere capaci di coscienza, cioè di pensare con la propria testa e di affrontare anche le difficoltà che appariranno nel nostro cammino.

6) Essere aperti al nuovo, all'inedito, allo sconosciuto

7) Problematizzare, non dare nulla per scontato

Queste, e altre, sono caratteristiche che ci dispongono alla libertà e a essere uomini e donne liberi e quindi pienamente umani.

La fede di Gesù ci porta a essere persone libere. Oggi la fede per essere eloquente, per poter parlare all'uomo d'oggi deve saper orientare l'umano e dunque essere innestato in esso. Solo una fede liberante può essere una fede convincente e appagante: "io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10).

 

La fede come cammino di senso

Cosa dice la fede alla nostra vita, alla nostra umanità? Essa orienta le domande di senso. Da significato, gusto, direzione alla vita. Oggi abbiamo bisogno di testimoni del senso. Non come qualcosa imposto dall'alto o dall'esterno. Chi oggi ha autorevolezza è chi incarna questa senso possibile. "La credibilità della fede si gioca sulla capacità dei credenti di creare comunità vive e umanizzanti, di dare vita e spazi condivisi incentrati sul vangelo. Luoghi in cui ci sia il primato della parola di Dio, si sperimenta un incontro fraterno, i valori profondi. Si esprimano relazioni gratuite, forti, durature e cementate dalla mutua accettazione e dal perdono reciproco", così scriveva il cardinal Martini. La chiesa può diventare risposta a questo senso, cioè può umanizzare l'uomo.

 

Alcuni aspetti della fede da umanizzare

1. La vocazione e la volontà di Dio

La volontà di Dio non è qualcosa di preordinato che l'uomo deve scoprire e se è fortunato la trova. Come qualcosa che cada dall'alto. Ma cosa vuole veramente il Dio biblico? Che la creatura viva, che assuma la vita come vocazione, che assuma l'umano come compito da realizzare, là dove il Signore lo ha posto. È assurdo e disumano pensare che solo chi trova un certo status (matrimoniale, religioso, presbiterale..) stia onorando la vocazione. La vocazione che viene da Dio implica di realizzare l'unicità e la bellezza del proprio volto e del proprio nome. La vocazione cristiana è iscritta nel battesimo e chiede di realizzare la propria umanità in Cristo. La volontà di Dio è qualcosa che libera la nostra umanità. È una proposta di libertà. Gesù dice: "se vuoi". Egli chiama con forza e autorevolezza, ma non dice mai devi! Non ci esime dal rischio della libertà e dalla fatica della libertà delle nostre scelte.

2. Il rinnegamento di sé

"Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 8,34) Gesù qui non si rivolge solo ai discepoli ma a tutti. Sta parlando alla folla. Rinnegare e prendere la croce sono termini giuridici. Indicano la pena del condannato a morte. Rinnegare significa rinunciare alla propria difesa e prendere la croce indica l'atto in cui il processato, una volta condannato, doveva prendere lo strumento della propria esecuzione. Al di là della immagine vuol dire: "smetti di giustificarti, di difenderti. Esci dalla logica dell'autogiustificazione. Non confidare solo in te stesso e segui me". Ma per rinnegare se stessi occorre avere un sé, essere un soggetto. È una scelta dettata da un io libero. Solo chi ha una identità stabile e forte sa rinunciare nell'amore e nella libertà. Dio non ti chiede di farti del male, sarebbe masochismo. Sembra quasi dirci: "non star lì a tergiversare. Buttati nel vangelo senza tanti se e ma. Senza giustificarti e salvare il tuo io, che dimostra la tua fragilità proprio in questo atteggiamento di difesa". L'accento è sul quel segui me! C'è un rischio che devi correre se hai intuito, se hai capito, che lì c'è la possibilità che la tua vita venga umanizzata e resa bella.

3. Il dovere di amare gli altri

Il cristianesimo a volte è visto come una religione in cui il devi amare sembra quasi un mettere da parte sé, un disprezzare se. Dio mi ama! Ed questa la rivelazione fondamentale. Il punto da cui scaturisce la capacità da parte del credente di amare.

L'espressione biblica " amerai il prossimo tuo come te stesso" (Mc 12,31) significa che il rispetto e l'amore profondo per se stessi, per quello che si è non deve essere disgiunto dall'amore e il rispetto per l'altro. Chi ama in maniera matura ama anche se stesso. Vuol dire avere cura positiva di se stesso. Non vuol dire essere egoisti. L'egoista non ama se stesso, anzi si odia. Quindi credere vuol dire dilatare la nostra capacità di amare, a partire da noi stessi.

4. Fede e sofferenza

Certi discorsi che girano sulla sofferenza rischiano di essere poco umani. Una cosa è certa: Gesù ha combattuto la malattia e la sofferenza e non ha mai predicato la rassegnazione a questo riguardo. E neppure ha detto di offrire a Dio la sofferenza. Ha scritto un malato grave: "non si offre qualcosa di cattivo. Cristo non ha offerto le sue sofferenze al Padre, ma ha offerto ciò che diventava in quelle sofferenze: un essere che andava fino in fondo, fino al punto più profondo dell'amore, fino ai vertici di quell'amore che può salvare". L'accento non è dato alla sofferenza, ma all'amore. È l'amore che può dare un senso a qualcosa che non ha senso come la sofferenza. La sofferenza abbruttisce l'umanità, l'amore può umanizzare chi vive anche gravi situazioni di dolore. La rivelazione poi ci dice che è l'amore che salva, non la sofferenza. Non è la croce che salva, ma l'intera vita donata di Gesù.. Non la croce, ma colui che sta sulla croce che ama sino alla fine, fino al suo ultimo istante della vita. Questa fede ci fa prendere le distanze da una fede che ci presenta un Dio sadico, che si compiace della sofferenza. Il dilemma infatti è come Dio, che è padre, si può compiacere di una morte così straziante e di tanta sofferenza che sale dall'umanità? Dio non può accogliere ciò che è cattivo. Il piacere di Dio è vederci felici. Quando offriamo le sofferenze non si offre la sofferenza, ma tutto quel cammino interiore in cui abbiamo colto che anche quel momento della vita diventa luogo in cui vivere la carità e la speranza. Fa parte del cammino di fede in cui sperimentiamo che in quella situazione dolorosa Dio non ci abbandona, anzi ci accompagna e ci sostiene nel nostro Calvario. Anche lì ci sentiamo amati. Allora la sofferenza viene compresa perché è l'amore che ne dà senso.

5. Il significato della preghiera

Cos'è la preghiera? Semplificando: parlare a Dio. Ma non basta. C'è la dimensione anche dell'ascolto: un Dio che mi parla! La preghiera è colloquio. La preghiera , come il dialogo esige reciprocità. Ecco allora la vera preghiera che passa attraverso l'ascolto della sua Parola, altrimenti rimane uno sterile soliloquio. La preghiera è entrare il relazione con Dio e ciò che mi viene chiesto è predispormi a questo dialogo, come? Ecco alcuni semplici elementi:

1) Il silenzio che ci scruta e ci denuda

2) La solitudine per ritrovare l'autenticità delle nostre relazioni

3) La capacità di pensare, di porre davanti a Dio la propria quotidiana esistenza per riceverla rinnovata della sua luce e vivere in modo più conforme alla sua esistenza

4) L'attenzione, la tensione interiore essenziale per dare senso al nostro fare

5) La vigilanza, la capacità di essere lucidi e critici su di sé, gli altri, gli eventi, la presenza del Signore che già oggi ci visita.

Allora ecco che la preghiera, azione dello Spirito Santo nell'uomo, diventa un cammino umano e di umanizzazione dentro ognuno di noi.

 

padre Silvano Volpato





 
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