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pubblicato sabato 3 settembre 2011


Assemblea di pastorale giovanile del 4 giugno 2011


Alcuni spunti a partire dal vangelo di Matteo 28,16-20

1. Gli undici discepoli. È un numero incompleto, non è 12... non sono in 12. Sappiamo dagli atti che verrà poi eletto, meglio tirato a sorte, Mattia come dodicesimo. Mi piace pensare a questo numero che non dà completezza, pienezza. Richiama invece qualcosa che si compie, qualcosa che si costruisce, come un'opera che non posso dire mai: è finita! Noi siamo quell'opera che solo il Signore porta a compimento. Aspettiamo però non passivamente ma attivamente questo tocco finale, collaborando con Lui.

È così anche nell'arte dell'educare, quasi a non sentirci mai arrivati, e a cogliere l'altro in continua evoluzione nei due atteggiamenti tipici dell'educatore: stimolare-sollecitare e accogliere-accettare.

Stimolare: gli ricordo che ciò che sta vivendo non è il punto di arrivo.

Accogliere: gli faccio capire che gli voglio bene così com'è, che lo accetto perché si senta amato e si sappia amare per quello che è, condizione necessaria per poter crescere.

 

2. Andarono in Galilea. C'è un appuntamento che ci dà il Signore, un luogo di confine, non un luogo rassicurante come Gerusalemme. Galilea: non un luogo già collaudato, battuto, conosciuto. Gesù vuole che i nostri orizzonti si aprano, che usciamo dalle nostre realtà, a volte troppo chiuse e rassicuranti.

Chi è l'educatore se non colui che aiuta a uscire da sé, dal proprio mondo, per incontrare il mondo dell'altro, per incontrare il mondo, con le sue problematiche e le sue sfide. Vale solo una fede provata e incarnata, che sa giocarsi con le vere attese e i veri drammi dell'uomo e della donna d'oggi. Una fede che spalanca i confini e ci sprona a trasformare, grazie al Padre, questa umanità in una fraternità.

 

3. Lo videro, si prostrarono. Credere è riconoscere Gesù e a lui prostrarsi. Lui non manca all'appuntamento fatto di volti e di storie di uomini e donne.

Educare è insegnare a chi prostrarsi, a chi dare la propria vita. Educare è indicare il vero Dio da cui viene tutto per prendere le distanze dagli idoli del nostro tempo, a cui spesso noi ci inchiniamo

 

4. Dubitarono. Credere non è facile. Non solo per i ragazzi e i giovani che seguiamo, ma anche per noi! Il dubbio racconta la fatica del credere, dice la nostra resistenza ad abbandonarci, ma esso segna anche il passaggio poi alla "resa", arrendendoci non a qualcosa ma a Qualcuno.

«È men male l'agitarsi nel dubbio, che il riposar nell'errore» (Alessandro Manzoni, "Storia della colonna infame", 1840)

«Ogni alba ha i suoi dubbi» (Alda Merini, "Se gli angeli sono inquieti", 1993)

«Il dubbio è il lievito della conoscenza» (Alessandro Morandotti, "Minime", 1979/80)

 

5. Gesù si avvicinò. Non aspetta che siamo noi ad avvicinarci a lui. Come sempre il primo passo lo fa lui!

L'educatore è colui che si avvicina, fa il primo passo. Solo così ricorda e manifesta un Dio che ci è vicino, si fa vicino, si fa prossimo e ci insegna a farci prossimo.

 

6. A me è stato ogni potere. Quale potere? Il potere dell'amore. È un potere, meglio una potenza, che salva!! È la forza di Dio immessa dentro di noi attraverso il suo Spirito. Il Dio Padre Figlio e Spirito che ci fa capaci del suo amore.

 

7. Fate discepoli tutti i popoli! Questa è il nostro obiettivo come educatori: far si che le persone a noi affidate diventino discepoli di Cristo, cioè cristiani. Ma prima dobbiamo diventarlo noi. Ogni educatore racconta, con le parole e la vita, Cristo che incontra, chiama e dice: seguimi! Segui me!

 

8. Sono con voi tutti i giorni. Questa è la promessa, ma questa è anche la realtà: Dio è con noi, cammina con noi... meglio, è proprio in noi! Educare vuol dire scoprire che Dio ci abita, scoprire che l'incontro con l'altro è incontro con Cristo!

padre Silvano Volpato

  16.35.14 16.35.30 17.28.26 17.39.18 18.26.46 18.28.22 18.28.28 18.30.06 19.36.40 19.36.54 20.25.18 20.25.28




 
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